mercoledì 5 novembre 2014

Quel ramo del lago di Como...

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Ilaria Tipa Interprete e traduttrice blog diIlaria Tipa' è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 4.0 Internazionale.


....Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a ristringersi, e a prender corso e figura di fiume, tra un promontorio a destra, e un’ampia costiera dall’altra parte; e il ponte, che ivi congiunge le due rive, par che renda ancor più sensibile all’occhio questa trasformazione, e segni il punto in cui il lago cessa, e l’Adda rincomincia, per ripigliar poi nome di lago dove le rive, allontanandosi di nuovo, lascian l’acqua distendersi e rallentarsi in nuovi golfi e in nuovi seni...

(A.Manzoni, I Promessi Sposi)


"La porto alla stazione?"
"No, al duomo." il tassista mi guarda sorpreso, guarda, per l'esattezza, prima me, poi la valigia, di nuovo me e di nuovo lei. È un piccolo trolley nero, da businessman, nel mio caso da businesswoman, non troppo ingombrante, ma nemmeno piccolo da passare inosservato. "Beh forse è normale che sembri strano che se uno ha una valigia voglia andare al duomo e non alla stazione" penso, poi a voce alta aggiungo: "Ho un po' di tempo prima del treno e volevo approfittarne per fare un giro" lo dico quasi se dovessi giustificarmi, perché è risaputo che chi esce da un hotel, con una valigia, va per forza in stazione.
Il tassista, biondo e tipicamente lombardo nell'accento, ci pensa un po' su e una volta partiti dice con aria di chi ha elaborato a lungo il concetto: "lei è una filosofa." io resto un po' interdetta, sarà un complimento o un'offesa? Ma lui continua: "lei ha detto una cosa molto intelligente, ha detto di aver tempo. E io rifletto spesso sulla questione del tempo. Quando nasciamo ne abbiamo a tonnellate di tempo, poi man mano che cresciamo lo occupiamo tutto e non ci pensiamo, non ci rendiamo conto. Soprattutto non pensiamo a come lo usiamo."  E bravo il mio tassista filosofo. Ha ben chiaro come va il mondo. La sua speculazione filosofica continua, parla di una tribù nomade aborigena australiana che si sposta da un luogo se non riesce a procacciarsi il cibo entro sei ore. Io credo che tutto sommato la filosofia del tassista sia giusta e sebbene abbia in tasca un biglietto che può esser tranquillamente anticipato, perché perdere queste due ore  qui? Quante volte mi succede di arrivare in un posto e lasciarlo senza aver visto nulla? Per una volta do ragione a te, oh filosofeggiante tassista, e decido di farlo un giro per Como.


Mi scarica di fianco al duomo, mi dà indicazioni per il lungo lago e per la stazione e i soldi che gli do vorrei che fossero per la chiacchierata filosofica in prima mattina e non per la corsa in macchina.
Mi sono lasciata alle spalle l'albergo, se cosi vogliamo chiamarlo, "peggiore d'Italia" come l'ha definito ieri la collega Cinese. Ammuffito, coi muri sporchi, con i rubinetti dei bagni rincollati alla male peggio, col condizionatore di dieci anni fa che si tiene insieme per miracolo e per lo schotch che ci hanno messo e che ti gocciola in testa se ti viene la malsana idea di sederti alla scrivania. Mi sono lasciata alle spalle due giorni di pioggia o quasi, lunedì sera quando sono arrivata c'era un tempo talmente da cani che non ero sicura di riuscire a raggiunger l'Hotel.
Ma oggi è nuovo giorno. C'è un bel sole, c'è una leggera nebbiolina che si alza dal lago e riempie la città che si sta ancora stiracchiando di un'atmosfera quantomeno surreale.
Il duomo è imponente, baciato dal sole, di marmo dalle mille sfumature, do un'occhiata all'interno e c'è sempre quel senso di meraviglia che mi prende quando c'è un soffitto a volte gotiche su di me, anche se stanno facendo i lavori e le martellate rovinano un poco quell'atmosfera tipicamente da luogo sacro che dovrebbe esserci.

Proseguo e faccio un giro sul lungo lago, c'è una passeggiata pedonale, la valigia arranca dietro di me, allora cambio braccio. Il sole appare sempre di più, silenzioso e tiepido, a far sparire la nebbiolina. C'è molta gente, ci sono due vecchine british che si fermano per farmi passare, loro vanno piano, si stanno godendo la passeggiata, ma io ho una valigia, ciò deve per forza significare che sto correndo da qualche parte. E invece no. Ho ancora un'ora e mezza e me la godo. Il sole tra le foglie ingiallite e questo lago che mi riempie la mente di manzoniane memorie.
Arrivo fino al museo dedicato a Volta, lo ammetto, non ricordavo assolutamente venisse da Como. Poi torno indietro, verso la stazione, potrei aprire google maps, ma mi fido del tassista filosofo e seguo le sue indicazioni.


Alla stazione, mi viene voglia di caffè. Entro al bar e sento suoni familiari. Cinesi. Il bar è gestito da cinesi e pure l'annesso negozietto. È proprio vero che se conosci il Cinese è difficile morir di fame, in qualsiasi parte del mondo ti trovi.

giovedì 4 settembre 2014

精益求精, Perfezioniamoci!

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Quando mi preparo per un lavoro, soprattutto in quei pochi, rari, preziosi casi in cui il materiale arriva con un preavviso tale da permettermi di studiarlo in un momento che non sia cinque minuti prima dell'inizio della conferenza, sono molto propensa a cogliere l'occasione e imparare il più possibile dai testi in lingua che ho sottomano. Ebbene, proprio facendo ciò ho incontrato un chengyu che non avevo mai visto prima e che mi ha colpito molto. Questo è il bello di queste espressioni fisse, alcune puoi provare e memorizzarle mille o duemila volta, senza successo, altre invece, le leggi una volta e come per magia ti restano stampate in mente, chiare e limpide, caratteri e significato. 

Sarà affinità elettiva?

精益求精

Il significato di questa espressione, formatisi a partire da un passo dei Dialoghi di Confucio, è quello di "perfezionare ciò che è già perfetto", ovvero una costante spinta al miglioramento, al perfezionamento. Un chengyu che si addice molto a me stessa, ma anche a chiunque si appresti allo studio delle lingue: non c'è mai una fine e ogni volta che arriviamo a un livello che crediamo buono, tutto quello che c'è da fare è guardare in alto per renderci conto che ciò che potrebbe apparire perfetto, può senz'altro esser ancora perfezionato.

Un dettaglio interessante, a mio avviso, è che il termine usato per indicare la perfezione, 精 se letto in termini medico/filosofici cinesi indica il Jing, l'essenza vitale pura, quella che otteniamo alla nascita dal Cielo (前天之精) e quella che sviluppiamo e nutriamo durante la vita (後天之精), trovo molto bello cercare una possibile seconda lettura dell'idioma e vederlo come "cercare l'essenza, l'essenziale in cio che è già essenza ed essenziale", ovvero un andare sempre piu' in profondita' nelle cose, verso il nocciolo senza fermarsi mai alla superficie. 

Che dire di più, la bellezza e il fascino di queste espressioni è un po' anche questo, i molteplici livelli di lettura che offrono, l'evocatività della lingua cinese, una piccola magia.

I Chengyu 成語

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All’interno della lingua cinese viene fatto uso molto ricorrente dei chéngyŭ, espressioni fisse costituite generalmente da quattro caratteri, sebbene ve ne siano poche eccezioni formate da otto, spesso costituite da due gruppi da quattro caratteri combinati tra loro. Essi hanno lo scopo di descrivere e qualificare, ma vengono usati anche per semplici ragioni di ricchezza stilistica.

La particolarità dei chéngyŭ è che essi sono spesso mutuati da leggende o storie antiche, dai Classici e dalle opere letterarie, perciò possono essere considerati dei veri e propri prodotti della cultura cinese che riflettono quella visione estetica particolare  eunica del Popolo Cinese e ne rappresentano l'immaginario collettivo ricco di figure mitologiche ed epiche a noi occidentali completamente sconosciute.
I chéngyŭ più usati sono circa 5000. 

Vediamo ora quali sono le caratteristiche principali di queste peculiari strutture sintattico-semantiche.


Ø  sono compatti e concisi, non seguono le regole grammaticali del cinese moderno in quanto molto spesso costituiscono lasciti della lingua classica;
Ø  per poterli comprendere e soprattutto per afferrare il loro significato è fondamentale conoscere il contesto da cui derivano;
Ø  a livello morfologico presentano una struttura invariabile: ogni morfema che li costituisce è insostituibile in tutti i sensi, non possono essere utilizzati sinonimi suo posto;
Ø  l'ordine in cui i quattro caratteri appaiono non può essere variato e ciò vale anche per il loro numero;
Ø  a livello semantico il significato globale dell'espressione non corrisponde alla somma dei significati delle singole parti, ma, molto spesso, è metaforico o tratto dalla morale della storia da cui proviene; alcuni sono molto antichi, risalgono persino a duemila anni fa, tanto che dei lessemi che appaiono al loro interno denotano oggetti non più in uso oggi.



giovedì 24 luglio 2014

Una magia sinologica

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Sulla spiaggia, sotto l'ombrellone con un'ombra piacevole e un venticello fresco che rende sopportabile il sole di fine luglio, c'è chi dorme, chi fa le parole crociate e chi ... legge. Trovo già poco piacevole di per sé il trascorrere il tempo nell'ozio su una sdraio, l'unico modo che conosco per tollerare la cosa è quella di portare almeno uno, due o siano tre libri e avere un'ampia scelta per trascorrere il tempo in buona compagnia e uccidere la maledetta noia da ombrellone.

Quest'anno, oltre a un romanzo in cinese comprato in qualche angolo remoto della libreria Chengpin di Xinyi a Taipei intitolato "Ho perso l'amore" (我把愛情丟了), al quarto e penultimo volume della Saga dei Belgariad di Eddings (ringrazio ancora vivamente chi me ne ha consigliato la lettura) che non voglio finire troppo in fretta (in versione ebook per allegerire il peso), a un libro veramente da spiaggia da leggere ad alta voce ovvero "Momenti di Trascurabile Felicità" ... Insomma, oltre a tutto questo, c'è il libro che ho letto oggi per la maggior parte del tempo e che è la ragione di questo post.

"La via della forza interiore, alle radici della scuola interna." di Carlo Moiraghi 

Potrebbe esser interessante sapere che è un libro che, come spesso mi capita, non avrei dovuto comprare perché, come spesso mi capita, ne avevo una pila molto ben nutrita in attesa di esser letti; eppure, eccolo qui. Perché quando trovi un libro sull'alchimia interna in Medicina Tradizionale Cinese in una libreria impensabile, piccola piccola, che odora ancora di libri antichi, che trasuda sapere e conoscenza ... lo devi comprare, è una sorta di imperativo morale.
Quindi eccolo qui. Una bella copertina rosso fuoco che non guasta mai.
Inizio la lettura e vengo rapita da un passo, un passo che dice quanto ho sempre pensato - più o meno da quando, inesperta studentessa del secondo della triennale, mi trovavo a dover provare, per qualche arcana ragione, a tradurre i versi dei poeti Tang - un passo che non può non toccare, non colpire e non far annuire in modo convinto qualsiasi sinologo o probabilmente qualsiasi appassionato che abbia avuto modo, anche solo lontanamente, di sbirciare quel mondo pieno di fascino e, lasciatemelo dire, di magia e che è misteriosamente contenuto in un insieme, più o meno intricato, di tratti codificati, che vanno tracciati secondo una sequenza ordinata e immutata nel tempo ... insomma, di quel mondo meraviglioso che sono i caratteri cinesi.

"L'ideogramma è, come il vocabolo indica, la grafia di un'idea.
La lettura di un ideogramma comporta quindi la visualizzazione del concetto evocato e sintetizzato dai segni grafici. 
Scrivere mediante ideogrammi significa quindi disegnare segni e simboli guida, che servano da semi evocatori di immagini e di contenuti in chi li osserva. Radicato in questi semi, il significato sviluppa da sé tronco, rami, foglie e fiori, nella mente di chi quell'ideogramma legge.
Si tratta dunque di creare in modo corretto il significato sviluppando i semi concettuali insiti negli ideogrammi.
Tentare quindi di tradurre in lettere un tale processo significa comunque limitarne e impoverirne l'espressione. Pure questo è il percorso."  (da pag. 23 "Le Definizioni")

Credo che il passo si commenti da sé e che non ci sia molto che si possa aggiungere, se non che la metafora del significato che dal carattere che abbiamo di fronte crea "tronco, rami, foglie e fiori" nella mente di chi legge sia particolarmente calzante e che quella sia la sensazione grandiosa che si ha quando si inizia a conoscere un numero sufficiente di ideogrammi per poter affrontare la lettura di testi complessi ... ma a essere sinceri fino in fondo ... è anche la stessa sensazione che si ha quando i singoli tratti diventano prima radicali e poi, piano piano, quando guardi un carattere riesci, vittima del suo sortilegio fascinoso, a vedere sì i tratti e la loro sequenza, sì i radicali e le parti, ma se lo guardi tutto insieme, tutto d'un tratto, tutto con un sol colpo d'occhio, vedi molto di più e ora a pensarci bene, nella testa davvero, li senti sbocciare i fiori e dopo qualche istante maturano i frutti ...

Poi certo, tradurre quei fiori e quei frutti in un testo italiano ... è un'altra storia ...

martedì 1 aprile 2014

Viaggio dentro i caratteri cinesi

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Quando inizi a studiare la lingua cinese incontri, quasi immediatamente, i caratteri. E in quei primi giorni bui e devastanti, cerchi di trovare una logica al loro intero e, ovviamente, non la trovi. I professori sorridenti, se sei fortunato, o a brutto muso, se lo sei meno, ti dicono con leggerezza: "Il cinese è una lingua con una logica strabiliante, ogni carattere contiene un mondo." E a te viene da ridere, anzi, a dirla tutta, ti viene proprio da piangere, perché non vedi altro che disegnini incomprensibili. Ebbene, quei professori non si sbagliavano, né cercavano di incoraggiarti in un'impresa impossibile, ora, più vado avanti e più resto stupita, meravigliata, con la bocca aperta e il sorriso stampato, quando scopro qualcosa in più sulla magia che è contenuta in ogni singolo carattere della lingua cinese.

Un grande sinologo, Frantz Grenet nel 1987 scriveva: 

"[In lingua cinese] Quando si parla, si nomina, si designa, non ci si limita a descrivere o a classificare idealmente. Il vocabolo qualifica e contamina, provoca il destino, suscita il reale. Realtà emblematica, la parola domina i fenomeni."

Una parola, dice Grenet, "provoca il destino, suscita il reale" messa così potrebbe sembrare una metafora poco calzante per una qualsiasi lingua, ma vi posso assicurare che è incredibilmente vero per la lingua cinese.

Ogni carattere, dal più semplice al più complesso, è formato da diverse linee, in gergo tecnico i "tratti" che a loro volta creano le "parti" del carattere. I caratteri avranno una parte superiore e una infriore, una destra e una sinistra e ognuna di esse, in buona parte dei casi, costituiscono, se prese da sole, caratteri individuali.

Alle volte il significato di un carattere corrisponde alla somma delle sue parti, per questa ragione comprenderle tutte è fondamentale per riuscire a capire cosa "evoca" quel carattere, solo così ne comprendiamo appieno la portata, il valore.

Quello che vi propongo è un piccolo viaggio, in cui vi racconterò alcuni caratteri cinesi e per deformazione professionale e passione personale, mi soffermerò sulla loro parte più filosofica e astratta.

giovedì 20 marzo 2014

Locale


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Come anticipato, prima di entrare nello specifico delle fasi del processo di localizzazione, capiamo qual è la base perché questo possa avvenire, introducendo il concetto di locale.

Che cos'è un Locale?

Un Locale è un insieme di caratteristiche che identificano l’appartenenza di un sistema di calcolo ad una certa area culturale. Un "sistema di calcolo" è composto da vari elementi: un determinato sistema di scrittura, i caratteri della lingua in uso, la valuta e un certo formato di data e ora.

I locale, quindi, sono molto più che le "semplici" lingue: per la lingua inglese, ad esempio, dovremmo attenerci ad un locale differente a seconda di se il mercato d'arrivo del prodotto è quello britannico o quello americano (rispettivamente avremo locale ENG-US e ENG-UK). Stessa cosa avviene, ad esempio, per l'italiano del nostro paese e quello svizzero. Per la lingua cinese la situazione si complica, avremo un locale per la Cina continentale (RPC), uno per Taiwan, uno per Hong Kong e Macao e così via.

Perciò teniamo presente che ogni qual volta ci si riferisce a locale non si tratta solo della lingua d'arrivo, ma di tutto il sistema di calcolo di una certa area culturale.

Introduzione alle Pillole di Localizzazione


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"Ora scrivete, in poche righe, cos'è per voi la localizzazione. Ah, scrivetelo in inglese." 

Fu esattamente questo l'esordio del mio professore al corso di localizzazione, all'università. 
Nessuno di noi aveva un'idea specifica di cosa fosse la localizzazione e doverla riassumere in poche righe era davvero, permettetemi l'anglicismo, challenging. 

L10n è esattamente l'acronimo di "localization", una delle fasi di un processo più ampio, quello di globalizzazione (abbreviato con G10n), ovvero di adattamento al mercato globale di un prodotto: può trattarsi di un software, di un sito web, di una campagna marketing, potenzialmente di qualsiasi testo vada adattato dal suo mercato di origine a uno o più mercati d'arrivo.

Globalizzazione, internazionalizzazione e localizzazione sono le tre fasi principali del processo di traduzione e adattamento culturare dei prodotti, onde evitare un post eccessivamente lungo, ho deciso di trattare separatamente ognuna di queste fasi attraverso delle "pillole di localizzazione".

Prima di entrare nello specifio delle varie fasi, però, è necessario introdurre un concetto fondamentale, quello di locale.



mercoledì 19 marzo 2014

Una, nessuna, centomila la traduzione del Dao De Jing

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Lao Tzu, Tao Te Ching, traduzione italiana e cura di Augusto Shantena Sabbadini, Universale Economica Feltrinelli Editore, Milano, 2011.
prezzo di copertina: 14,00€


 Credo che un po' chiunque abbia sentito parlare, prima o poi, nel corso della vita, di Laozi, altrimenti detto (secondo la vecchia trascrizione fonetica del cinese) Lao Tzu, ovvero quello che è riconosciuto come il "fondatore", l'iniziatore, o per esser più precisi, colui che ha organizzato in modo sistematico in un testo organico, la filosofia pura del taoismo.

Non tutti hanno modo di accedere a un testo di una grande profondità, seppur molto breve per gli standard dei classici cinesi, in lingua originale ed è un ovvio peccato perché l'evocatività del cinese e dei caratteri, soprattutto quando usati in lingua classica, è qualcosa di davvero difficile da trasmettere nella traduzione. 

Non c'è, però, solo questo. C'è anche che ogni singolo verso di quest'opera meravigliosa porta con sé una quantità quasi infinita di interpretazioni  e ne consegue, di traduzioni. Le stesse molteplici traduzioni in cinese moderno tendono a differire le une con le altre nel parafrasare il testo, figuriamoci cosa succede con le traduzioni in lingue non ideografiche e lontane culturalmente dalla Cina.

Per fortuna, però, qualcuno ha pensato di rimediare in qualche modo a questo problema di interpretazione e di coesistenza di tante possibili letture del testo, si tratta di Augusto Sabbadini , il quale nella versione del Dao De Jing edita Feltrinelli (2011) non solo ci presenta il testo integrale in cinese, ma si è preoccupato di fornire una glossa letterale dei caratteri e di proporre la sua traduzione dei vari, intensissimi, capitoli; non si è fermato a questo, tramite una profonda analisi delle versioni precedenti nelle varie lingue europee del testo, ogni qual volta vi è un passaggio particolarmente articolato o soggetto a molteplici letture, fornisce altresì le traduzioni alternative a quella da lui scelta.

Ogni capitolo, inoltre, è corredato da un'analisi e da un commento a cura dello stesso traduttore che cerca di dissipare eventuali nebbie sui contenuti e a creare collegamenti intratestuali con ciò che viene prima e ciò che viene dopo.


Dove trovarlo: Amazon


mercoledì 12 marzo 2014

Tradurre e/o Interpretare?



Normalmente e tecnicamente, il "Traduttore" è colui che traduce testi in forma scritta, lavora di solito con un arco di tempo a disposizione e ha modo di rivedere e revisionare, limiare il suo testo in lingua d'arrivo. L'"Interprete" anch'egli traduce, ma la sua traduzione è in forma orale, viene effettuata a distanza più o meno breve (in modo simultaneo o consecutivo) alla produzione dell'oratore. Non ha mai o quasi mai modo di correggere o sistemare il prodotto del suo lavoro, perciò l'interpretazione, rispetto alla traduzione, può esser considerata ad uso più immediato.
Inoltre, la traduzione scritta rimane ed è consultabile nel tempo, mentre l'interpretazione svanisce al suo termine.

Questo vale per la figura dell'"interprete" e quella del "traduttore", ma se passiamo ai verbi allora tutto cambia ... quando trasformiamo un contenuto espresso in forma orale o scritta in una determinata lingua, in uno identico, ma in un altro idioma, stiamo traducendo. E ogni qual volta traduciamo non possiamo far a meno anche di interpretarlo, il testo, perché, appare logico che ogni traduzione è il frutto dell'interpretazione del testo di partenza da parte del traduttore/interprete professionista che lo affronta.

Dunque, se teoricamente la distinzione professionale tra interprete e traduttore possa esser abbastanza netta, tuttavia, nella pratica per tradurre interpretiamo e traduciamo interpretando.